GLI ULTIMI D’APPIANO, LA PESTE MANZONIANA, I LUDOVISI E L’OCCUPAZIONE FRANCESE DI PIOMBINO

Ferdinando II d’Asburgo

Piombino (LI) – Continuiamo con gli articoli divulgativi di storia piombinese a cura di Nedo Tavera. In questo numero si narra degli ultimi d’Appiano, la peste manzoniana, i Ludovisi e l’occupazione francese di Piombino. Le puntate precedenti possono essere consultate qui, qui, a questo link e a questo.

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La morte prematura di Jacopo VII d’Aragona Appiano, nel 1603, essendosi estinta la sua discendenza diretta, provocò un groviglio di macchinazioni e di pretendenti alla successione. Si fece avanti, naturalmente, Carlo d’Aragona Appiano, discendente collaterale in linea maschile da Jacopo III, che ricevette entusiasticamente dai Padri Anziani la proclamazione alla Signoria, poi annullata: infatti, da un lato prese possesso di Piombino il viceré di Napoli per la Spagna, dall’altro reclamò certi diritti acquisiti il Granduca di Toscana, infine l’Imperatore Rodolfo II metteva le mani sul detto Principato Imperiale. Principato che restava per circa otto anni acefalo o, meglio, avente per capo di Stato virtuale lo stesso Imperatore e per governatore un inviato del viceré napoletano.

Fu districata la matassa con l’autorità, appunto, di Rodolfo II, nel 1611, essendo stato immesso il possesso di Piombino nelle mani di Isabella, sorella di Jacopo VII, con l’obbligo di sborsare, però, alle casse imperiali la cifra di 150.000 scudi d’oro. Questo è uno degli innumerevoli casi delle epoche storiche trascorse nelle quali si attribuiva normalmente la sovranità di uno Stato dietro compenso pecuniario a discrezione di un monarca.

Carlo d’Appiano, opponendosi alla proclamazione di Isabella, ritenendosi usurpato del suo diritto alla successione, tentò la strada delle armi trovando solidarietà in molti fautori di Suvereto e Scarlino, che scatenarono delle vere e proprie rivolte; poi, raccolta una forza armata, mosse verso Piombino, dove, oltre alla difficoltà di fronteggiare le soldatesche spagnole, trovava la popolazione divisa in due fazioni: “Bigi” e “Neri”, gli uni favorevoli allo stesso Carlo, gli altri a Isabella. Vista la piega dei rivolgimenti, tutti i disordini furono facilmente sedati dalle truppe del presidio; repressione che comportò il riconoscimento universale di Isabella d’Appiano, figlia di Alessandro I. Sembra che le fazioni dei Bigi e dei Neri dividessero la città in due  parti pressoché distinte, assumendo i primi il nome dal saio dei Frati del Convento di San Francesco, ad Ovest del corso principale, e i secondi dall’abito nero dei Frati del Convento di Sant’Agostino, ad Est. (L. Cappelletti, 1897)

La Principessa madre, Isabella de Mendoza, da tanto tempo attesa a Piombino, vi fu felicemente accolta verso novembre 1611, dove, però, vi morì, «dopo breve e fiera malattia», nel Palazzo di Cittadella, nel 1613; ad ottobre del 1618 veniva a mancare anche Giorgio de Mendoza, fratello di lei e marito della figlia Isabella, dando luogo ad una successiva fase di precarietà dello Stato. La vedova Principessa Isabella d’Appiano Mendoza si trovò una seconda volta a fare i conti con i pretendenti alla successione.

A febbraio 1619 avanzò di nuovo pretese il Re di Spagna, che intese spodestare Isabella inviando emissari del vicerè di Napoli ad impossessarsi di Piombino. Nello stesso tempo, il Granduca di Toscana rivolgeva preghiere al nuovo Imperatore, Ferdinando II, per acquisire lo Stato piombinese o almeno l’Elba, inoltre, morto frattanto Carlo d’Appiano, i di lui tre figli, Belisario, Orazio e Annibale, perseguirono il disegno del padre sulla legittima sovranità. Il pretendente diretto, Belisario, si rivolse anch’egli all’Imperatore per far valere i suoi diritti ereditari e di successione. In breve, nel 1626, direttamente da Madrid, egli ritornava felicemente indietro con le credenziali di Filippo IV che, attraverso il viceré di Napoli, ordinava di consegnargli l’atavico dominio legittimamente ereditato. Purtroppo, la situazione generale riguardante Piombino era quanto mai confusa, al punto che, contro la volontà del Re di Spagna e dell’Imperatore, per inspiegabile negligenza del viceré nell’investitura di Belisario, Isabella d’Appiano fu lasciata comunque a governare e fu definitivamente dichiarata deposta il 1° aprile 1628.

Era in quel tempo regale residenza del ramo collaterale dei D’Appiano il Palazzo Vecchio della Piazzarella, quartier generale della famiglia alternativo al Palazzo principesco di Cittadella. Qui, dunque, prese dimora il Principe Belisario d’Aragona Appiano, e i Piombinesi si mostrarono oltremodo soddisfatti di poterlo avere in città, preferendolo di gran lunga a Isabella, che si era ostinata a governare lo Stato sostanzialmente da Genova. Il nuovo Sovrano si comportava da tale, lasciando testimonianza del suo effimero governo con alcune lettere, fra le quali una data «in Piombino nel n.o Palazzo della Piazzarella il 27 settembre 1630» (N. Tavera, 2019).

Una terribile ecatombe s’interpose in quegli anni nella storia d’Italia, così efficacemente descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi: la letale peste del 1630-1631 che colpì l’Italia settentrionale e l’intera Toscana. Senza sostanziali differenze, si ripetè il contagio epidemico che si era vissuto nel 1348 e che è altrettanto incisivamente narrato da Giovanni Boccaccio nel Decameron. Nonostante tutte le precauzioni, provvedimenti igienici, iniziative di emergenza sanitaria dell’epoca, l’infezione falciava impietosamente i cittadini, e Piombino ne subì conseguenze catastrofiche. Identica epidemia aveva attanagliato la citta nel 1450, allorché ne fu vittima anche il Signore, Rinaldo Orsini, e analoga calamità vi fu registrata nel 1467.

La peste manzoniana «si manifestò in Piombino nel marzo 1631. Gli Anziani avevano preso le loro precauzioni, d’accordo […] coi deputati della sanità; e avevano ordinato pubbliche preci all’Altissimo in tutte le chiese dello Stato. Al tempo stesso avevano istituito una commissione d’igiene […] facendo ripulire le cloache e le fogne, annacquare e spazzare due volte al giorno le strade e i vicoli della città, obbligando altresì tutti i Piombinesi a tener pulite le loro abitazioni, e impedendo che entrassero in città erbaggi e frutti, i quali potevano nuocere alla salute dei cittadini […]. Ma, pur troppo, tutti questi provvedimenti furono inutili, ché il morbo ferale aveva già preso piede, e cominciava a mietere tante vite, spargendo la desolazione e il terrore non solo nella capitale, ma in tutto quanto lo Stato. […] I PP. Anziani gareggiarono di zelo colle altre autorità per recare un qualche sollievo a tanta sventura; si eressero nuovi spedali» e si sollecitò «l’apertura di un nuovo lazzeretto per la gente sospetta; e a tal uopo fu scelto il convento della Madonna del Desco, situato fuori della città. Ma disgraziatamente era tardi: il morbo faceva, come suol dirsi, il suo corso; e tante furono le vittime, che gli abitanti potevan dirsi ridotti a meno della metà. Finalmente si deliberò di portare a processione l’immagine della Madonna di Cittadella, tanto venerata, anche oggidì, dai Piombinesi: e il pio autore della  Storia Manoscritta di Piombino racconta che la Madre di Dio fece il miracolo, e placò lo sdegno del  cielo» (L. Cappelletti, 1897).

La micidiale epidemia infuriava in Piombino proprio negli anni in cui si assisteva al dissolvimento definitivo delle fortune di Casa d’Appiano. Ritornando al pretendente Belisario, le sue legittime aspettative di infeudamento imperiale furono deluse, sia a causa dell’indolenza mostrata dal viceré di Napoli nella tempestiva investitura del Principato, ma soprattutto per il tergiversare di Ferdinando II, che escogitava continui pretesti dilazionandola. Infine, nel 1633, egli si decise a porre come condizione ultimativa il pagamento di 800.000 fiorini di laudemio; somma di denaro che i tre fratelli D’Appiano, non possedendola, cercarono di ottenerla in prestito senza riuscirci, poiché lo stesso Ferdinando II li aveva inibiti di rivolgersi a potentati italiani, non lasciando a Belisaro, che pur aveva anticipato 50.000 fiorini, alcuna ragionevole possibilità di successo. In estrema sintesi, venne fissato il termine perentorio di tre mesi per l’esborso citato, oltre il quale, se non versato, sarebbero decaduti tutti i diritti dei d’Appiano su Piombino, per cui l’Imperatore e Filippo IV di Spagna sarebbero stati liberi di destinarne l’investitura a loro discrezione.

Dunque, siamo di fronte a una vendita al miglior offerente in piena regola. Del resto, nel 1399, proprio Gherardo d’Appiano, il capostipite della famiglia regnante, ritirandosi a Piombino da Pisa, aveva venduto quest’ultima città ai Visconti di Milano per 200.000 fiorini d’oro. Come finora si è dimostrato, la pace, la libertà e l’indipendenza dei nostri popoli erano di norma soggetti, nei secoli scorsi, all’arbitrio delle grandi e meno grandi monarchie assolute, e la storia piombinese ne è una dimostrazione esemplare. Le condizioni capestro imposte dall’Imperatore Ferdinando II a Belisario Aragona Appiano, nel 1633, misero fine a tale dinastia, sovrana su Piombino per oltre due secoli.

Possedere tanta ricchezza favorì la sorte di Niccolò Ludovisi, che acquistò Piombino, non per 800.000 fiorini, bensì per un milione, e che , nel 1634, ne ebbe l’imperiale investitura con subinvestitura del Re di Spagna. La più deleteria conseguenza che patirà la popolazione piombinese da allora in avanti sarà dover tollerare il ricorrente governo dello Stato in mano a governatori generali nominati da Principi assenteisti dimoranti perlopiù a Roma. Questi, infatti, come accadeva nell’alta aristocrazia storicamente immersa e inviluppata nell’ambiente curiale romano, privilegiavano intraprendere la strada delle massime cariche millitari e diplomatiche a  servizio del Regno di Napoli, della Corona di Spagna o dello Stato Pontificio. Si differenzierà molto positivamente il buon governo di Giovan Battista Ludovisi.

Sebbene le magistrature comunitative piombinesi avessero sempre dimostrato la forza, la dignità e l’orgoglio di pretendere sotto giuramento dai propri Sovrani il mantenimento inalterato delle leggi statutarie, dei privilegi e delle immunità di cui aveva goduto l’intera popolazione fin dal tempo della Repubblica Pisana e del primo Signore, nell’azione di governo di Niccolò Ludovisi affiorano alcuni tratti di natura assolutistica e feudale conciliabili coi regimi delle monarchie europee dell’epoca. L’impatto regressivo su Piombino di quanto il portato della Roma papalina aveva potuto arrecarvi appare evidente.

Qualche segnale di autoritarismo si era già visto nella protervia di Jacopo VI D’Appiano, che volle negare certe legittime franchigie al popolo e che si trovò la massa rivoltosa sotto il suo Palazzo di Cittadella. Jacopo VI si era vendicato dei sudditi allontanandosi da loro, Niccolò Ludovisi, invece, vivrà a Piombino qualche tempo prefigurando con la sua Casata la peggiore stagione ancien régime piombinese, fatta eccezione della lunga parentesi di governo illuminato del di lui figlio Giovan Battista.

Il Principe Niccolò, di antichissima famiglia fiorentina stabilitasi a Bologna, sposò, per intermediazione dello zio, Papa Gregorio XV, la Principessa Isabella di Venosa, nel 1622, alla cui precoce morte ne ereditò i vasti domini. Il Ludovisi, nel 1629, poté prendere in moglie Polissena, figlia di Isabella e Giorgio de Mendoza, di cui si è parlato sopra; pertanto, una discendente diretta dei d’Appiano si innestava nella nuova sovranità del Principato di Piombino. Nel 1642, moriva anche Polissena, e Niccolò contrasse matrimonio, nel 1644, con Costanza Pamphili, nipote di Papa Innocenzo X. Il Principe di Piombino e di Venosa vantava vastissimi feudi, ingentissimi patrimoni e unioni familiari che gli assegnarono, in Roma, uno dei primi posti nel ventaglio delle principali casate nobili romane, quelle che si contendevano l’elezione del pontefice.

Niccolò Ludovisi fu inviato come capitano generale della flotta pontificia alla prima campagna della guerra di Candia, nel 1645, divampata sullo scontro turco-veneziano, e morì, nel 1664, in Sardegna, svolgendo funzioni di Vicerè. Il Cinque-Seicento furono secoli densi di conflitti armati e rivallità politiche fra le potenze dello scacchiere europeo; per quanto riguardava lo Stato di Piombino, furono predominanti e negative le conseguenze della contrapposizione tra la Casa d’Asburgo col suo grande impero e la Francia che tentava di indebolirlo e di conquistarne una parte. Nell’ambito della guerra franco-spagnola, scoppiata nel 1635, la drammatica ripercussione subita da Piombino fu l’assedio dei Francesi alla città e la loro conquista.

Nel 1646, con la flotta francese, la grande Armée de France, dispiegata e minacciante sulla costa, con l’esercito assediante sotto le mura, Piombino oppose resistenza, ma dovette arrendersi dopo quattro giorni, il 5 ottobre. Gli occupanti francesi rafforzarono allora molto le difese della città, introducendovi un battaglione di fanteria e cavalleria. Più tardi, nel 1650, mentre una parte dell’armata del Re di Spagna combatteva per riprendersi l’Elba, l’alleato Niccolò Ludovisi, assoldando circa 1.500 soldati, si unì ad altrettanti uomini della restante parte dell’armata e partecipò onorevolmente al riscatto della sua capitale, che, dopo un mese di furiosi combattimenti, assisté alla resa degli occupanti francesi. Inutile dire quali fu il tripudio dei Piombinesi per la liberazione dagli invasori e quali furono i loro festeggiamenti.

Nedo Tavera

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Scritto da il 6.6.2021. Registrato sotto cultura, Foto, ultime_notizie. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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