JACOPO VII D’APPIANO: LA FUGA DA PIOMBINO E IL PRINCIPATO IMPERIALE

Piombino (LI) – Continuiamo con gli articoli divulgativi di storia piombinese a cura di Nedo Tavera. In questo numero si narra di Jacopo VII D’Appiano, della fuga da Piombino e del principato imperiale.

Le puntate precedenti possono essere consultate premendo qui, a questo link e a questo collegamento.

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JACOPO VII D’APPIANO: LA FUGA DA PIOMBINO E IL PRINCIPATO IMPERIALE

Rodolfo II° d’Asburgo

Jacopo III d’Aragona Appiano, in seguito all’agguato proditorio teso alla città di Piombino da Galeazzo Maria Sforza, nel 1471, ottenne dallo zio materno Ferdinando I, Re di Napoli, un presidio militare aragonese in città a supporto delle milizie locali. Ciò ne determinò la consuetudine costante, tranne qualche breve interruzione, che si protrasse fino al Settecento. A lungo andare la cosa recò malcontento nella popolazione che ne subiva qualche molestia e sopruso. L’uccisione, infine, di un successore di Jacopo III non fu che il culmine dell’insoffribile ingerenza esterna dovuta all’ingombrante presenza di soldatesche straniere, le quali mettevano a repentaglio, non solo il routinario sistema di vita dei cittadini, ma l’ordine stabilito dello Stato.

Il detto Signore assassinato, che si dice prepotente e dissoluto, ma con tratti di generosità verso il popolo, fu Alessandro I d’Appiano, che cadde vittima della famosa congiura tesagli da esponenti di una ristretta oligarchia cittadina, il 28 settembre 1589. Congiura il cui movente non fu mai ufficialmente acclarato: si dice per insofferenza verso la tirannia del Principe, per ritorsione contro le sue avances licenziose verso qualche bella dama, per brama di potere della moglie, coadiuvata dal suo amante, come vogliono due storici di Piombino, Agostino Cesaretti e Licurgo Cappelletti; o, forse, per l’insieme di questi motivi.

Alessandro I, figlio naturale di Jacopo VI e Oriettina Fieschi, sorella o forse cugina di Virginia Fieschi, moglie del detto Jacopo, nacque e crebbe in Liguria, dove aveva deciso di stabilirsi. Grazie alla raccomandazione ed alla autorità del padre, ebbe dalla Repubblica uno speciale trattamento filiale, pari al patrocinio come suo effettivo cittadino. Tuttavia, Alessandro non ebbe comportamento irreprensibile durante gli anni di vita trascorsi a Genova, essendosi trovato più di una volta coinvolto in riprovevoli atti di tracotanza e di violenza; fatti penalmente rilevanti per qualsiasi individuo della Repubblica, ma non per un Principe di Piombino, il quale aveva, peraltro, l’aiuto incondizionato del suocero, ambasciatore del Re di Spagna nella città “Superba”. Ciononostante, questo rampollo dei D’Appiano, soggetto ritenuto tronfio e scapestrato, riuscì, senza entrare qui nei dettagli delle accuse, a farsi praticamente bandire dal governo genovese.

Dopo molte esitazioni degli organi di giustizia competenti, la drastica decisione fu presa, nel 1586, dietro istanza del Principe Gian Andrea Doria, capitano generale dell’armata di S.M. Cattolica, verosimilmente per ragioni sue private e personali, certo per ostilità verso il D’Appiano. Questi, dal canto suo, si protestava «originariamente uno dei cittadini et inclinatissimo, alla patria sua», ossia la Repubblica, orgogliosamente «cavaliero d’honorate attioni», libero di reclamare «in qualsivogli tempo dinanzi à chi più mi converrà di farlo» (O. Pàstine, 1934).

Alessandro proclamò l’autodifesa e lasciò Genova alla volta della sua capitale, senza che l’avvenuto incidente inficiasse minimamente il corso dei buoni rapporti fra il governo genovese e la Signorìa di Piombino. In questa città Alessandro I aveva fatto ingresso la prima volta, come luogotenente del padre, il 10 giugno 1567, alternando successivamente la residenza fra qui e Genova; fissò, quindi, la dimora nella sua capitale, come legittimo Sovrano, appunto, nel 1586, ad un anno dalla morte di Jacopo VI. Com’è noto, a causa di un sollevamento dei Piombinesi, questo Principe preferì tenersi lontano da Piombino e militare al comando delle armi fiorentine.

Riprendendo il discorso sul clamoroso assassinio di Alessandro, i  congiurati sembrerebbero essere stati almeno una trentina, ma gli autori materiali del fatto di sangue furono cinque cittadini in vista, ben identificati. Dopo una breve incarcerazione, essi furono rimessi tranquillamente in libertà, senza alcuna sanzione né limitazione, per volere del comandante del presidio spagnolo, Felice d’Aragona, presunto amante e complice di Isabella de Mendoza, moglie dello stesso Signore Alessandro.

I responsabili dell’uccisione erano stati pochi individui violenti, cui si aggregarono altri congiurati e molti facinorosi che misero in allarme e turbamento la città, intimidendo perfino le alte istituzioni: i Padri Anziani e il Consiglio Generale della Comunità. Molto succintamente, fu presto scatenato ad arte un sollevamento popolare contro il governo dei D’Appiano con il compiacimento del detto comandante spagnolo, che, anzi, veniva acclamato alla Signoria dello Stato. Sull’esempio di Piombino, anche gli altri centri dello Stato insorsero, tentando l’annessione alla Toscana.

Felice d’Aragona, forse confidando nell’appoggio e nell’investitura della Signoria da parte del Re di Spagna, si pose a capo della sommossa attuando un puntuale colpo di Stato, prendendo a governare e pretendendo di avere addirittura in moglie la vedova del Signore ucciso. Si dice che Isabella, dissimulando complicità con l’amante, se ne stesse in disparte lasciando correre gli eventi, ma è invece probabile che la donna, spaventata dal grande trambusto, si sentisse insicura e minacciata, temendo soprattutto per il futuro dei piccoli figli, in particolare per il giovanetto Cosimo Jacopo, legittimo erede al trono di Piombino. Tant’è vero che lei, richiamata subito dal padre a Genova, deciderà di lasciare la città in mano agli insorti e ad un potenziale usurpatore del dominio della propria famiglia

Il Granduca Ferdinando I intervenne positivamente nella circostanza. Da un lato, egoisticamente, preoccupandosi del destino delle vene di ferro elbane concessegli in appalto dai D’Appiano, dall’altro fornendo soccorso alla Principessa ed agli stessi Piombinesi: provvide a far uscire dal pericolo la vedova Isabella e i figli minori in modo che raggiungessero Genova via mare; denunciò presso il Viceré di Napoli e la corte di Madrid i torbidi accaduti in Piombino e l’intollerabile quadro politico ivi determinatosi. Il 16 novembre 1589, i procuratori della Repubblica Marinara presenteranno alla Principessa, nella casa paterna della “Serenissima”, il cordoglio per la «sfortunata morte di esso S.r di Piombino» nonché i rallegramenti in quanto «fusse giunta à salvamento, con suoi figliuoli».

Tale condizione di disordine nello Stato perdurò fino ai primi di gennaio del 1591, finché ottocento fanti spagnoli, inviati dal Viceré per ordine di Filippo II, furono fatti sbarcare a Piombino, i quali, simulando di farvi semplicente scalo e usando la necessaria circospezione, ne circondarono le mura e ne occuparono le fortezze, rendendo inoffensivi i rivoltosi; quindi, il loro comandante provvide energicamente ad arrestare e imprigionare Felice de Mendoza e gli uccisori di Alessandro I. Seguì un’inchiesta, le necessarie indagini di un inviato regio e la cattura di ulteriori congiurati, che furono tutti condannati e in parte giustiziati.

Come anticipato, Isabella de Mendoza con i figli si riunirono a Genova nella casa del padre di lei, Pietro, Conte di Binasco, ivi ambasciatore del Re di Spagna. A Genova trascorse la sua breve esistenza Cosimo Jacopo, succeduto nella Signoria di Piombino col nome di Jacopo VII. La reintegrazione nello Stato gli pervenne ad aprile del 1591, su ordine del Viceré; successivamente, nel 1594, Rodolfo II d’Asburgo gli conferì la solenne investitura imperiale. Il giovanissimo Jacopo VII fu allora insignito dei titoli di Principe di Piombino, Marchese di Populonia, Signore dell’Isola d’Elba etc., «confemandogli la facoltà di batter Moneta, crear Militi, Dottori, Notarj, di legittimar Bastardi, con altre supreme Regalie, erigendo Piombino in Principato, e la Città di Populonia in Marchesato del S.R.I» (ZANETTI, 1779).

L’elevazione dello Stato in Principato Imperiale fu un’investitura prestigiosa, la quale inorgoglì ovviamente la popolazione e sommamente le autorità piombinesi. Come si era soliti fare nei felici eventi da ricordare, si indirono memorabili festeggiamenti, ma stavolta con impegno e pompa eccezionali, come riporta Cappelletti: «Vi furono balli, fuochi d’artificio, giuochi pubblici; e il Consiglio Generale decretò che al Principe fosse donata l’entrata di tre anni dello stagno appartenente alla Comunità» (L. Cappelletti, 1897).

Nonostante i reiterati inviti, le supplichevoli ambascerie e le lagnanze provenienti dai sudditi, la Principessa madre, Isabella de Mendoza, che forse doveva ancora smaltire qualche risentimento per la cospirazione e i tumulti del 1589, mostrava benevolenza e cortesia ai sudditi, dichiarando di voler tornare a Piombino senza, però, onorare la promessa. Questa fu effettivamente adempiuta nell’ottobre 1602, ma Isabella vi giunse da sola e si fermò per poco tempo, perché richiamata urgentemente a Genova, al capezzale del figlio gravemente ammalato.

Jacopo VII, nello stesso anno 1602, si era unito in matrimonio con Bianca Spinola, di ultracelebre famiglia genovese, ma il povero Principe, non ancora ventiduenne, venne a mancare all’inizio del 1603, senza lasciare discendenti.

Nedo Tavera

 

 

 

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Scritto da il 27.5.2021. Registrato sotto cultura, Foto, Toscana-Italia, ultime_notizie. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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