JACOPO VI D’APPIANO E LA RIBELLIONE DEI PIOMBINESI

Carlo V d’Asburgo

Piombino (LI) – Continuiamo con gli articoli divulgativi di storia piombinese a cura di Nedo Tavera. In questo numero si narra di Jacopo VI D’Appiano e la ribellione dei Piombinesi.
Le puntate precedenti possono essere consultate a questo link e a questo link.

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Jacopo VI d’Aragona Appiano fu Cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire, come il fratello Alfonso ed i figli naturali Alamanno e Vanni, e ciò significa che egli fu innanzitutto un illustre capitano e valoroso uomo d’armi. Già giovanissimo, durante l’assalto di Dragut all’Elba, del 1553, combatté  per il suo Stato al comando di 4 galere di Toscana affidategli dal cugino Cosimo I de’ Medici. I corsari turchi e barbareschi imperversavano nei nostri mari, specialmente nel litorale toscano, ritenendo come base delle loro scorrerie le isole  e perfino l’isolotto di Cerboli, che era divenuto un loro ricettacolo.

Cosimo I. dopo aver preso definitamente possesso di Portoferraio, scorporato dallo Stato di Piombino e avendolo munito perfettamente a salvaguardia, appunto, dai selvaggi assalti e saccheggi pirateschi, nel 1562 decise di istituire il sacro e militare Ordine di Santo Stefano I Papa e Martire, in difesa del Cattolicesimo e per liberare il commercio nel Mediterraneo dalla pirateria turca e barbaresca. Scriveva Jacopo Galluzzi: «La visita fatta alle sue marine aveva fatto conoscere a Cosimo l’importanza e la necessità di guardarle dalle incursioni dei Turchi. Seguitando il piano delle milizie territoriali, stabilite per la difesa del suo dominio, restò convinto della utilità, che ne sarebbe derivata da una milizia costante che, occupandosi unicamente del mare, allontanasse dalle coste di Toscana i pirati turcheschi» (Istoria del Granducato di Toscana, 1781).

Nato intorno al 1529, Jacopo VI ebbe una sola moglie in Virginia Fieschi, di patrizia famiglia genovese una cui consanguinea, Donella Fieschi, era stata Signora di Piombino a fianco di Jacopo II. I parentadi più assidui dei D’Appiano, infatti, erano stati, oltre che con gli Aragona e i Medici, con la potente aristocrazia genovese, come i Fieschi, gli Spinola o i Campofregoso. Battistina, di quest’ultima casata e sposa di Jacopo III, sorella di Pietro I Doge di Genova, accoglieva in Piombino il di lui figlio, Battista, come esule, nel 1457, più tardi Doge anch’egli, a causa delle perenni agitazioni cittadine. Viceversa, doveva trovare riparo in Liguria Jacopo IV d’Aragona Appiano, sfuggendo all’assedio e occupazione piombinese di Cesare Borgia.

Proprio nella città “Superba” o “Dominante” si erano anche ritirati Elena Salviati e il figlio Jacopo VI, dovendo lasciare Piombino al breve dominio mediceo (1548-1557); ed è provato che i Genovesi incoraggiarono anche con mezzi finanziari la fiera resistenza dell’energica Reggente contro l’ingiusta spogliazione del figlio dei legittimi diritti sullo Stato piombinese. Lo stesso Jacopo VI auspicherà, nel 1574, una sorta di patrocinio da parte della Repubblica sul figlio Alessandro I, nato e educato in suolo ligure. E questi, appena fatto ingresso in Piombino come luogotenente del padre, nel 1576, si premurerà di darne notizia al governo genovese, il quale se ne compiacerà caldamente usando espressioni riservate ad un figlio della Repubblica.

Di più: esiste una lettera, del 1583, nella quale Jacopo VI informava direttamente il Doge come il figlio, Alessandro, avesse deciso di abitare a Genova. Tale risoluzione trova spiegazione nel senso che Jacopo VI, ormai anziano e ritiratosi nella Villa di Ghezzano, volesse porre sia la propria famiglia che lo Stato sotto la tutela della Repubblica Marinara, essendo di sicuro ben consapevole di quanto poco affidabile fosse il rapporto e l’alleanza con i Medici. Infine, perfino il giovane Jacopo VII, figlio di Alessandro I, stabilitosi a Genova con la madre in seguito all’assassinio del padre, prese in moglie Bianca Spinola, di una delle maggiori famiglie della città.

Una certa intesa fra il governo di Genova e lo Stato di Piombino era costantemente esistita; persino una  palese politica filogenovese e antimedicea al tempo di Elena Salviati, sebbene i D’Appiano abbiano preferito propendere per la protezione, talvolta infida, di Firenze. Certamente, la Repubblica di San Giorgio, avversando la politica dei Medici, inseguiva il proprio interesse appoggiando Piombino, ed osteggiava, per quanto poteva, presso l’Imperatore l’aperta aspirazione espansionistica fiorentina sullo Stato di Piombino, temendo che dall’Elba il passo sarebbe stato facile per annettersi anche la Corsica, divenendo, Cosimo I, padrone del mare. La Repubblica Marinara non poteva permettere ciò, ed offriva, sebbene inutilmente, denaro a Carlo V per appropriarsi del territorio elbano.

L’occupazione fiorentina di Piombino, del 1548, indispettì enormemente Genova, alla quale non rimase di utilità che l’arma dissuasiva della diplomazia presso l’Imperatore. A tal proposito, la Repubblica unì la propria autorevolezza alle istanze del giovanissimo Jacopo VI, portandosi con lui a far rimostranze dinanzi a Carlo V. Di fatto, ma non solo per merito della “Superba”, l’occupazione fiorentina di Piombino fu molto breve. Così, Jacopo VI, girovagò forzatamente per qualche anno fuori dei suoi domini e solo il 1° agosto 1559 poté rientrare nel suolo piombinese, essendone stato reimmesso in possesso dal Re Filippo II.

Licurgo Cappelletti dipinge, forse non a torto, Jacopo VI di umore sprezzante, dispotico, vendicativo, ed in realtà nel suo modo di governare c’era la tendenza tirannica in ragione della quale la comunità piombinese vedeva umiliata la propria dignità e calpestati i propri diritti sanciti dagli stessi Principi predecessori. I Piombinesi avevano sempre pattuito con i propri Sovrani gli statuti e le convenzioni atti a garantire loro, attraverso le magistrature comunitative, il rispetto di certi inalienabili diritti. Questo fin dal tempo del primo Signore, Gherardo d’Appiano, il quale «Con essi concordò, per mezzo di leggi statutarie, tutto ciò che poteva servire non solo per la conservazione e felicità dello Stato, ma per assicurare ai Piombinesi che non era per alterare in conto alcuno i loro antichi privilegi Repubblicani» (A. Cesaretti, Istoria del Principato di Piombino, 1788).

Nei rapporti coi sudditi, Jacopo VI, Principe dal piglio “ancien régime”, sospinto anche dai consiglieri di corte, teneva solitamente un comportamento autoritario che lo induceva talvolta a disconoscere ai Padri Anziani la legittimità di certe franchigie e immunità, ossia di talune autonomie ed esenzioni da gravami, che egli stesso e i suoi antecessori avevano promesso e giurato prendendo possesso dello Stato. La scintilla del sollevamento popolare non tardò ad accendersi, nel 1562, stando gli Anziani in udienza dal Principe a Palazzo, durante una circostanza di divergenza fra le parti, mentre una gran folla turbolenta era accorsa in Cittadella al grido di «Vogliamo le nostre franchigie! Abbasso i traditori!» (L. Cappelletti, Storia della Città e Stato di Piombino, 1897).

Vista la grande agitazione della piazza, una delegazione di notabili cittadini volle dare man forte agli Anziani salendo dal Principe e adoprandosi a farlo recedere dal non rendere giustizia al popolo. Insistendo Anziani e delegati a chiedere la dovuta soddisfazione, non smuovendosi il Signore dalla decisione presa, uno dei  suoi più fidati consiglieri, il colonnello Cima, con ingiuriose parole giunse a trattare da ribelli e ingrati sia la rappresentanza della Comunità che il popolo piombinese tutto. Non mancò la istintiva reazione alle offese di uno dei notabili convenuti, che estrasse la spada e lo sfidò, ferendolo non gravemente. Mentre Jacopo VI rimaneva esterrefatto e immobile, il colonnello Cima cercò la fuga portandosi fuori dal Palazzo, dove la moltitudine furibonda, che lo considerava uno dei traditori, finì di massacrarlo.

Non si placò mai l’atteggiamento sdegnoso di Jacopo VI per questi fatti: l’uccisione di un personaggio accreditato a corte e l’implicito oltraggio subito dal Sovrano ebbero immediate conseguenze per i Piombinesi. Il giorno successivo, segretamente nottetempo, il Principe lasciò la sua capitale dirigendosi in Liguria, certamente presso i Fieschi, congiunti della moglie. Pur occupandosi da lontano dello Stato di Piombino, finì per nominarvi suo luogotente il fratello Alfonso, e molta parte della sua vita si svolse a Firenze, dove il cugino Cosimo I volle assegnargli il compito di capitano delle galere, poi generale di tutte le armate medicee.

I Piombinesi, effettivamente molto dispiaciuti e preoccupati per la critica situazione, fecero ogni tentativo epistolare presso il Signore e promossero ambascerie presso di lui affinché egli ritornasse al più presto, riappacificato, nella capitale de suo Stato. Ottenendo solo promesse elusive e nessun risultato effettivo, i Padri Anziani, infine, convenirono di mettere a conoscenza il Re di Spagna dei fatti esattamente accaduti, circa l’uccisione del colonnello Cima, supplicandolo di voler riportare ordine e tranquillità nello Stato mediante la costante presenza  del loro Principe. Questi, indotto dall’inviato di Filippo II, accondiscese ad emanare un indulto generale col quale assolveva i sudditi piombinesi condannando all’esilio soltanto tre di loro.

Nello stesso 1562, Jacopo VI, accompagnato dalla moglie, volle ritornare brevemente nel suo Stato visitandone i centri maggiori ad esclusione della capitale; Virginia Fieschi vi ritornò nuovamente per un lasso di tempo nel gennaio successivo. Manifestando risentimento, Jacopo VI non rientrò mai più a Piombino, e forse non perdonò mai i Piombinesi, ma è soprattutto chiaro che la sua indole di condottiero lo attrasse a Firenze per occuparsi del mestiere della guerra, che gli dette grandi soddisfazioni militari e finanziarie.

Per regolarizzare definitivamente l’assetto governativo di Piombino, chiese sia all’Imperatore che a Filippo II la legittimazione del figlio naturale Alessandro, da lui già riconosciuto, a cui aveva conferito la luogotenenza generale dello Stato e che sarà suo successore nella Signoria. Jacopo VI trovò sempre il modo di giustificare diplomaticamente l’assenza da Piombino, anche per motivi di anzianità; scelse di trascorrere gli ultimi anni di vita nella sua villa di Ghezzano, presso Pisa, dove morì nel 1585, all’età di circa sessant’anni.

Nedo Tavera

 

 

 

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Scritto da il 16.5.2021. Registrato sotto cultura, Foto, Toscana-Italia, ultime_notizie. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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