QUALI PROSPETTIVE PER I SERVIZI PUBBLICI IN TOSCANA?

Vi proponiamo in versione integrale due interviste di Antonio Cannata tratte dal numero n. 16 del 3 ottobre 2005 di Aut&Aut (che per chi non lo sa è la rivista dell’Associazione dei Comuni Toscani) ad Alessandro Antichi ed a Rossano Pazzagli sullo spinoso problema delle aziende pubbliche (prime tra tutte quelle che gestiscono le risorse idriche) e delle possibili soluzioni per far si che queste diventino dei reali servizi per il citadino.
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Alessandro Antichi: “pochi pregi”

Troppo dirigismo della politica e delle istituzioni nella gestione, assenza di strumenti di programmazione e di controllo, poco spazio al mercato. Secondo lo speaker dell’opposizione di centrodestra in consiglio regionale Alessandro Antichi, sono questi imali principali del sistema toscano di gestione dei servizi pubblici. Dalla sua esperienza passata di primo cittadino a Grosseto e di responsabile dell’Anci nazionale del settore, Antichi non salva granché dell’attuale configurazione in Toscana, e vorrebbe che venisse seguita la stessa esperienza del comune che ha guidato dove esiste un’apposita agenzia con compiti di monitoraggio.

– Antichi, pregi e/o difetti del sistema regionale di gestione dei servi pubblici.
Di pregi ne vedo pochi, perché è un sistema strutturato in modo da perpetuare un intervento diretto del pubblico nell’economia.

– Non è solo dirigismo.
Non c’è stata seria una liberalizzazione, anzi c’è il convincimento forte che tutto debba rimanere saldamente in mano politica, senza cogliere il segnale di novità che la cultura dei servizi ha elaborato in questi anni, ovvero la netta separazione tra attività di governo e quella di gestione.

– Dunque ridurre la presenza di quote degli enti pubblici, o come cambiare il sistema?
A che serve la maggioranza pubblica nelle compartecipate? C’è molto ideologismo. La funzione pubblica si realizza nel momento regolatorio, di programmazione e di controllo. Vorrei fare un’indagine per vedere quanti comuni si sono dotati di strumenti di controllo. Bisognerebbe recepire la filosofia di un disegno di legge della tredicesima legislatura proposta da una parlamentare dei DS, l’on. Rinieri, che aveva proposto come elemento forte proprio la distinzione tra governo e gestione.

– Che ne pensa della proposta di andare verso delle holding regionali?
Penso che ci sia un vizio che nasce dalla politica, e non è una necessità delle imprese. Quando si parla di aggregazione e concentrazione, si parla di politiche industriali, di alleanze. Invece la proposta avanzata crea una sorta di Grande Fratello che controlla e gestisce ed espropria agli enti locali anche le politiche industriali.

– Infine, i conti delle società. Bisogna far quadrare i bilanci o pensare al profitto?
Bisogna distinguere a seconda dei servizi. Non c’è una realtà con regole identiche. Ci sono servizi che sono in tutto e per tutto imprese che devono pensare alla quadratura del bilancio, come per l’acqua il gas, e ci sono dei servizi come il trasporto pubblico che hanno comunque bisogno dell’integrazione da parte dell’ente pubblico.

Rossano Pazzagli: “occorre una legge”

Con un bagaglio da sindaco a Suvereto, da presidente del circondario della Val di Cornia e attualmente coordinatore del nodo toscano della Rete del Nuovo Municipio, Rossano Pazzagli difende il ruolo del pubblico, invita a ripensare criticamente al modelloregionale di questi anni e sostiene che la gestione dei servizi deve riavvicinarsi ai cittadini.

– Pazzagli, cosa salva e cosa tiene dell’attuale sistema toscano?
Le trasformazioni nel settore di questi anni hanno creato innovazione ma anche molti disagi. Soprattutto nel rapporto tra enti e cittadini. La Toscana ha seguito una via peculiare con aziende rimaste a maggioranza pubblica. Questi processi hanno allontanato le gestioni dai territori e hanno indebolito il ruolo di programmazione dei comuni. E queste perdite non sempre state compensate dall’efficenza e dalle economicità. Anche il fatto che si dica che le aziende sono rimaste con maggioranza pubblica deve essere considerato meglio: perché la parte pubblica è frazionata in tanti comuni, mentre la parte privata è molto più compatta in quanto composta da meno soggetti. Dal punto di vista dei piccoli comuni poi le gestioni di aziende più grandi hanno peggiorato ilservizio. Bisogna stabilire meccanismi di riequilibrio.

– Quali modifiche apporterebbe?
Occorre un intervento legislativo organico su tutto il settore, che riconosca come idea base il valore sociale dei servizi pubblici locali, sottraendoli alle strette logiche di mercato. Per esempio, l’acqua, deve essere definita come un bene pubblico essenziale alla vita, e mi sembra dopotutto che nel ddl regionale della scorsa legislatura era già espresso. Questo riconoscimento delle risorse come beni comuni significa definire meglio il ruolo di programmazione e di gestione delle amministrazioni locali evitando anche il gigantismo. Così da un lato le aziende devono rimanere saldamente pubbliche, e poi dall’altro bisogna introdurre un’innovazione fondamentale: l’attivazione di forme di partecipazione sociale.

– Che ne pensa della proposta di creare un modello di holding regionali?
Penso che così si accentuino gli aspetti negativi. Un servizio per essere erogato al meglio deve restare vicino ai cittadini.
Nello specifico dei bilanci, le aziende devono pensare al profitto o piuttosto alla quadratura della contabilità.
I servizi riguardano la gestione dei beni comuni, essenziali alla vita, come l’acqua, ma anche immateriali come l’istruzione. Queste attività di gestione non devono essere sottoposte a logiche di mercato, se non in termini di ritorno territoriale e sociale.

Antonio Cannata

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Scritto da il 8.10.2005. Registrato sotto Senza categoria. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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