LA CATTURA DI SADDAM: QUANDO IL CAPO NON E’ IL CAPO

Di Hushmand Toluian (direttore di tibinet)

L’hanno sorpreso rintanato in un buco, avvinghiato ad una valigia di denaro, ben poco, però, rispetto ai quei venticinque milioni di dollari di taglia per cui, forse, è stato venduto.

Quel vecchio, quel barbone con gli occhi smarriti e sgranati, manipolato come un cagnolino dal veterinario, non è nemmeno l’ombra del Rais sanguinario e arrogante che tuonava contro l’occidente. Non ha sparato un solo colpo, neppure per suicidarsi, non ha opposto alcuna resistenza, eppure dicono, aveva le armi in pugno. Incitava gli altri a vendere cara la pelle, ma lui a badato bene di non muovere un solo muscolo.
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Ecco il guerriero imbattibile, che le superpotenze non erano riuscite ad abbattere. Ecco il feroce burattinaio, che dalla clandestinità, si diceva, guidava la guerra prima e la guerriglia poi, decretando le brutali aggressioni ai soldati americani, italiani, spagnoli. Ecco l’eroe, subito e mai amato, capace tuttavia di ridare orgoglio al mondo arabo umiliato. Che amarezza, per amici e nemici. Solo un vecchio, uno straccione inseguito e spaventato che si nascondeva in un buco, succhiando aria da un tubo per respirare.

All’epoca della prima Guerra del Golfo aveva giurato “la battaglia di tutte le battaglie”, nella seconda “la battaglia di Baghdad”, magari guidando lui stesso le truppe, ma invece solo un buco, sottoterra, in una casa ad Adwar, una località a quindici chilometri da Tikrit, suo paese natio.

Sarà processato con tutta probabilità da un tribunale iracheno e non, come sarebbe certamente più regolare, dalla potestà giudiziale soprannazionale. Dicono gli Stati Uniti che il rais ha commesso i suoi crimini prima di tutto verso il suo popolo ed è quindi giusto che siano proprio gli iracheni a giudicarlo. Direbbe qualcun altro, come potrebbero gli USA ammettere l’autorità del Tribunale Internazionale a giudicare Saddam, se non accettano che lo stesso Tribunale giudichi le loro azioni militari?

La rilevanza della cattura di Saddam, tuttavia, non sta semplicemente nel fatto che con essa si è posta fine ad una dittatura, ne tanto meno per chi tifa Bush, perché è il miglior regalo di Natale che gli si potesse fare in vista delle elezioni. Il valore dell’arresto sta prima di tutto nel fatto che con esso si sono colpite le fondamenta di un certo modo d’intendere il potere nel mondo arabo. Quello di Saddam, infatti, è stato un regime dinastico ed autoritario, che ha raccolto in se le principali peculiarità sfavorevoli dei governi arabi nell’atto di esercitare il potere. La sua famiglia, grazie anche ad un sapiente sfruttamento di intricati sistemi d’alleanze tribali, s’è spartita le sostanze del paese, mentre con la rappresaglia e la paura si è messo a tacere chiunque fosse d’intralcio o soltanto la pensasse diversamente. Il regime di Saddam, in altri termini, è stato scientemente organizzato contro la propria comunità, contro il proprio popolo in un modo forse unico in tutto il Medio Oriente.

Forse, fino a qualche decina di ore fa, probatorio per gli altri regimi che le derive autoritarie le paga comunque, sempre e solo il popolo, mentre il tiranno continua ad arricchirsi, in beffa di qual che sia sanzione, embargo o invasione.

La cattura del rais, in altri termini, rappresenta la fine di un epoca, ma pone molti dubbi su quella che è all’inizio. La cattura, cioè, realizza la certezza che la costruzione della democrazia in Iraq e, soprattutto, il suo mantenimento sarà garantito facendo in modo che il paese non resti un caso isolato in quell’area. Siria, Libano, Iran, sono solo alcuni dei paesi dove, in un modo o nell’altro, si reclamerà di attuare una rapida, anche minima, apertura democratica per impedire che le deviazioni di tipo dittatoriale, latenti o espresse, vadano a costituire la base per l’ascesa del terrorismo mondiale nel futuro prossimo venturo. Ma sullo sconsiderato autocompiacimento di certuni, come quello del presidente cowboy, dovrebbe prevalere un serio ed attento ragionamento.

La cattura di Saddam dovrebbe lasciare più inquieti di prima. Essa impone una tragica riflessione. Era davvero quel barbone sepolto in un buco a comandare la guerriglia? E se non era lui allora chi? Non ci vuole molto, infatti, per capire non soltanto che non era Saddam a comandare la resistenza, ma anche che il rais, probabilmente, era diventato un peso, o forse lo era fin dall’inizio, per chi veramente sta dietro agli attacchi terroristici. Oggi più che mai, cioè, l’idea che la resistenza sia gestita da forze irachene riorganizzatesi dopo la caduta di Baghdad o addirittura da forze esterne infiltratesi nel paese e riunitesi con quelle locali, pare certamente la più ragionevole. È questa la considerazione che s’impone all’Europa, già divisa in occasione della crisi irachena e oggi più incerta, all’indomani del fallimento del vertice per darsi una Costituzione.

È vero e giusto che anche l’Europa si rallegri dell’arresto del dittatore, seppure tuttora mancano le prove dell’esistenza della armi di distruzione di massa e, pare, che Saddam continui a negarne l’esistenza, ma è vero anche che la complessità degli scenari apertisi con la cattura del tiranno, costringe proprio l’Europa ad una rapida decisione sul suo ruolo nello scacchiere internazionale. Le divisioni interne hanno permesso agli Stati Uniti di arrogarsi il compito di decidere e di ridisegnare gli assetti del Medio Oriente, anche se le conseguenze delle loro azioni sarebbero ricadute su tutti, pure sugli europei, ma la cattura di Saddam manifesta una realtà più complicata di quella che si poteva immaginare. Le forze del terrorismo, pare, non dipendono da quei leader che appaiono in TV. Esse hanno vita propria, sono autonome e, soprattutto, multiformi. È chiaro oggi che Saddam non è stato, poi, tanto essenziale per l’organizzazione e la conduzione della resistenza, forse non lo è stato mai. E allora viene spontaneo chiedersi: e se nemmeno Bin Laden lo fosse più per Al Qaeda? E se le cose fossero un po più complesse della logica da filmetto western che Bush vorrebbe propinare al mondo? A che servirebbero allora i soldati, a cosa i reparti di marine con armamenti super tecnologici, che il presidente USA si è appena fatto finanziare con 87 miliardi di dollari e chissà con quanti altri in futuro?

Per qualcuno, quel che è accaduto dovrebbe dimostrare che il modo con cui s’è affrontata la crisi irachena era esatto e le scelte di posizione pure. Al contrario, più di prima pare chiaro che non servono i marine per bloccare i complessi meccanismi che muovono le forze del terrore. Che non sarà sufficiente la testa di Saddam o di Bin Laden, perché il terrorismo è un mostro dalle mille teste. Che la strategia giusta è quella che passa per il sentire e le aspirazioni di quelle popolazioni, quella che solo la Comunità Internazionale può realizzare. Solo così, alla fine si potrà vincere il terrorismo, privandolo, cioè, del suo nutrimento: la disperazione.

All’Europa, il compito di contribuire ad una quanto più svelta restituzione del timone nelle mani dell’ONU, definendo, una volta per tutte, se le differenze interne sono tali da lasciare che a guidare l’azione, in quell’area dalle componenti tanto complesse e probabilmente non ancora capite, ci siano Bush ed i suoi amici.

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Scritto da il 20.12.2003. Registrato sotto Senza categoria. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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