TOSCANA: DOPO SEI, INDAGINI ANCHE SULL’ACQUEDOTTO DEL FIORA

Grosseto – Non c’è pace per le società che gestiscono i servizi pubblici in Toscana. Ora a finire nel mirino è il gestore dell’acqua delle province di Grosseto e Siena, cioè Acquedotto del Fiora, società controllata al 60% dai Comuni e partecipata al 40% dalla multiutility romana Acea.

Dopo l’inchiesta per turbativa d’asta e corruzione che ha coinvolto i vertici del gestore del ciclo dei rifiuti Sei Toscana (impresa che dal 1 agosto scorso la società non è più commissariata ma sotto monitoraggio di due esperti nominati dalla Prefettura di Siena), la Procura di Grosseto sta lavorando su una inchiesta, denominata ‘Black Water’ condotta dalla Polizia stradale e da quella municipale, che coinvolge 14 persone – tra cui come rivela Repubblica l’amministratore delegato dell’Acquedotto, Aldo Stracqualursi e il direttore operativo Enzo Di Nunno – per un presunto giro di appalti ‘pilotati’ lungo un arco temporale di otto anni (2010-2018). Agli indagati (sette dipendenti dell’Acquedotto del Fiora e sette titolari delle aziende coinvolte) sono contestati, a vario titolo, i reati di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio, turbata libertà degli incanti; tra le altre ipotesi di reato su cui indaga la Procura ci sono il falso ideologico e la truffa ai danni dello Stato.

Dalle indagini ad oggi è emerso che gli indagati, in concorso tra loro, avrebbero pilotato gare di appalto della società a partecipazione pubblica Acquedotto del Fiora affinché venissero aggiudicate alle società Newlisi spa (Milano) che gestisce l’impianto senese di depurazione dei fanghi di Ponte a Tressa e nell’ottobre 2017 si era aggiudicata un appalto da 1,7 milioni bandito dall’Acquedotto del Fiora, Ecospurghi Amiata (Siena), Ecospurgo di Emanuele Casprini (Siena), Fratelli Marconi (Grosseto) e Autospurgo Labianca (Grosseto).

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 Sull’argomento riportiamo una nota di Roberto Barocci, del Forum Ambientalista Grosseto,  che ci illustra quattro buoni motivi culturali per cambiare nella gestione dei Beni comuni.

«L’ipotesi di reato di corruzione, turbativa di gara, falso e truffa, assomigliano molto a quelli che porteranno fra poche settimane diversi dirigenti del Gestore dei rifiuti dell’ATO Toscana Sud a doversi difendere in Tribunale, perché rinviati a giudizio.

Ci sono quattro buoni motivi culturali per cambiare la situazione attuale e prevenire reati di corruzione nelle società per azioni (SpA), che gestiscono i servizi alla collettività e per farlo bisogna fare chiarezza sulla retorica, accolta acriticamente da molti, che ha diffuso l’idea che il privato è migliore del pubblico anche nei servizi pubblici. Tale retorica ha di fatto nascosto diverse considerazioni oggettive illustrate in sede scientifica in tutti i testi di Economia Politica».

Vediamole:

1) le SpA sono società di diritto privato con l’unica finalità di retribuire al meglio il capitale anticipato e con la figura dominante dell’Amministratore Delegato (AD), il “deus ex machina” al quale sono assegnati dagli Statuti ampi poteri decisionali e discrezionali. Viceversa, una società che gestisce servizi pubblici ha diverse finalità, alcune delle quali sono in contrasto oggettivo con le logiche del privato. Ad esempio, le società di gestione del servizio idrico dovrebbero avere anche le finalità di ridurre le tariffe agli utenti, ridurre i consumi e sprechi di una risorsa limitata, ridurre le perdite delle condutture, allargare il numero degli utenti non abbandonando nelle zone agricole i consorzi degli acquedotti rurali, favorire la partecipazione degli utenti e coinvolgere nelle scelte i consiglieri comunali, oggi completamente ignorati. Tant’è che il contratto d’appalto oggetto oggi dell’inchiesta avviata dalla Procura di Grosseto non è visionabile dagli utenti nel sito in cui il Gestore pubblica i suoi atti;

2) il fatto che al socio privato di minoranza nelle SpA di gestione dell’acqua è concessa la nomina dell’AD, consente al privato, che non ha obblighi di favorire la partecipazione alle scelte come invece avviene di norma nelle società di diritto pubblico, di gestire in forma riservata tutte le scelte, di stabilire quanto e come informare i soci, potendo escludere la piena consapevolezza anche dei membri del suo Consiglio di amministrazione. La dimostrazione è data dalla sorpresa e incredulità, manifestata dalla intervista al Presidente dell’Acquedotto del Fiora, Emilio Landi, ex sindaco di Arcidosso, a dimostrazione della sua mancanza di conoscenza di fatti importanti in relazione all’appalto contestato per 4 milioni di euro, ben conosciuti invece dalla Procura di Grosseto;

3) quando un soggetto privato arriva a gestire per decenni l’offerta di un bene di prima necessità a domanda rigida, diviene oggettivamente proprietario esclusivo delle conoscenze e del saper fare sulla rete, sulla gestione degli impianti e su tutte le infrastrutture tecniche, che ne fa di fatto un monopolista. Il monopolista, come è noto, appropriandosi della rendita, non produce l’efficienza connessa all’esercizio di un’impresa in una configurazione di ampia concorrenza. L’aumento costante delle tariffe a carico dei cittadini ne è la dimostrazione concreta;

4) il soggetto privato normalmente non può ottenere finanziamenti a tassi ordinari dal settore bancario, se l’investimento non si ripaga in tempi brevi, cioè in pochi anni. E’ per questo motivo che molti investimenti previsti dai Piani di Ambito non sono stati fatti dal gestore, specie quelli sulla manutenzione delle condutture, che in Toscana fanno registrare una perdita in media del 37%. E’ per questo che i gestori ricorrono ad appalti a ditte esterne, a cui affidare anche la gestione degli impianti, com’è il caso oggetto delle vicende giudiziarie, che vede l’appalto per la costruzione e gestione di impianti di depurazione. E anche la formazioni di “cartelli” è una prassi ben conosciuta nell’economia di mercato.

«In conclusione uscire dalla sfera privatistica, coinvolgere la cittadinanza e i consiglieri comunali nella programmazione e gestione dei beni comuni, che non può essere di dimensioni territoriali contrastanti con le suddette finalità, è un obbligo culturale oltre che etico se si vuole prevenire la corruzione, che è nei fatti quotidiani».

Roberto Barocci
Forum Ambientalista Grosseto

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Scritto da il 14.10.2018. Registrato sotto ambiente/territorio, Foto, Toscana-Italia, ultime_notizie. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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