AD ISTAMBUL, TRA PUBBLICHE INTIMITA’ di Enrico Pietrangeli


Istanbul, modello d’un Oriente Romano, è un’immagine d’inserti della memoria, luogo pubblico dove la carne del poeta assimila l’alterità attraverso il dispiegarsi delle sue “pubbliche intimità”. L’estenuante ripercorrere i corpi di donne, le fatiche amorose, l’alternanza di amori e passioni che si riverberano sulle forme antiche di una città dalle molteplici anime (alcune ancora immuni al disincanto, altre già dischiuse alla frontiera dei Balcani), tratteggiano in maniera grottesca le venature erotiche ed il sesso sgangherato.

Una carnalità affranta che si deposita in opachi schermi di sperma, come l’estenuarsi della propria capacità di sentire, perpetrata nell’estensione del tempo, pare trovare in Istanbul il suo contraltare, il negativo speculare della forma stessa del passato. Istanbul è anche specchio di frenesie da principe azzurro “senza più fiabe” che si aggira riflettendosi nelle vetrine dei bordelli di Karakoy, avvinto nei miti letterari che trascolorano nel vissuto di latrine, come pure dallo splendore dei minareti che si ergono nella luce del tramonto sul Corno d’oro.

L’hashish resinoso che si scioglie in fumo sui seni, i soldati che maneggiano i lunghi tubi per fumare la shisha – o narghilè – come fossero fucili, e i numerosi, frequenti riavvolgimenti della memoria, sono i frammenti catturati nella cessata pioggia: “Decade della mia gronda/un gocciolio di ballerine/che infrangendosi al suolo/innalzano una danza/schizzando nel pube/delle vergini sinapsi”. Memorie a volte meschine come meschina ed eroica è la vita dell’uomo. Rimembranze che corrodono lo spazio dall’interno. “Un consueto immaginario/che mi vuole sopravvissuto” non scade mai nella celebrazione del proprio vissuto, non riporta ad una sterile enumerazione di esperienze – un topos letterario che sa ormai di patetico e di stantio ed esprime una delle peggiori forme d’afasia che affliggono la nostra poesia incancrenita d’intimismo – ma trova spunti e forme per riedificare un’antica città restituendole un tempo da condividere nel presente. Tempo dove scorrono anche memorie tecnologiche che l’autore trasforma in storia con il primo browser grafico.

Nel refrain de Il pazzo, coi suoi Re Mix di versi danzanti, si sviluppa una combinazione seriale che evoca quella dei dervisci rotanti. Tanto più è prezioso lo spazio pubblico di queste intimità che si affastellano nel corpo della silloge, quanto più è deprecabile l’epoca in cui viviamo, governata da una violenza immonda che ci strappa lo sguardo quando diventa speranza, futuro. E non è un caso se proprio la memoria segna la rotta della poesia fra il pubblico della città e l’arcipelago privato del poeta. Una memoria da cui il futuro è come scalzato via, sintetizzato attraverso la tematica ungarettiana nell’apodittico “m’illumino di provvisorio”.

Emiliano Laurenzi

Edizioni Il Foglio – 2007 – 10,00 Euro

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Scritto da il 11.1.2010. Registrato sotto Recensioni. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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