10 Ottobre 2026, 03:29

ELENA BASILE A PIOMBINO: “COSÌ L’OCCIDENTE HA SMARRITO LA PACE E IL BENE COMUNE”

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Un momento dell’intervento di Elena Basile

Piombino (LI) – Lunedì 30 marzo alle 16:30, alla sala del quartiere Perticale l’incontro promosso dalle Donne in Nero con Elena Basile (già ambasciatrice d’Italia in Belgio). Tra guerra in Ucraina, Gaza, Nato, neoliberismo e crisi dell’Europa, ha portato a Piombino un intervento di grande critica nei confronti delle classi dirigenti occidentali. Un discorso politico radicale, che ha chiamato il pubblico a riflettere sul dissenso, sulla Costituzione e sul progressivo svuotamento dello Stato sociale. 

Davanti agli striscioni contro l’invio di armi e contro la guerra, Elena Basile ha tenuto alla sala del quartiere Perticale un intervento lungo, polemico e senza alcuna ricerca di compromesso. Invitata dalle Donne in Nero, la già diplomatica ha parlato a un pubblico già sensibile ai temi del pacifismo e del riarmo, ma lo ha fatto spingendo il ragionamento ben oltre la cronaca del momento. Il suo è stato un vero atto d’accusa contro l’Occidente contemporaneo, contro le sue classi dirigenti e contro quella che considera la progressiva subordinazione della politica agli interessi militari, finanziari e strategici. L’appuntamento era stato presentato dalle stesse Donne in Nero come un’occasione per ragionare sulla guerra in Ucraina, sull’espansione della Nato e sulla crisi della prospettiva europea di pace.

Le classi dirigenti europee e occidentali stanno ancora difendendo gli interessi dei popoli?

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Il pubblico in sala

Il punto di partenza del suo intervento è stato netto: secondo Basile, una parte crescente della società civile ha ormai capito che le classi dirigenti europee e occidentali non stanno più difendendo gli interessi dei popoli, ma quelli di un sistema dominato dal complesso militare-industriale. Non a caso ha richiamato il celebre monito del presidente statunitense Dwight Eisenhower, che nel discorso di congedo del 17 gennaio 1961 mise in guardia dal potere del “military-industrial complex”. Da lì, però, l’ex ambasciatrice è andata oltre, sostenendo che quel sistema oggi si è allargato e rafforzato fino a includere apparati, intelligence, burocrazie strategiche e lobby dell’armamento, capaci di condizionare stabilmente la politica occidentale.

Uno dei passaggi centrali del suo discorso ha riguardato quella che ha descritto come una falsa alternativa dentro l’Occidente. Basile non ha risparmiato soltanto la destra dichiarata, ma ha colpito con forza anche il campo liberal e progressista, accusandolo di rappresentare una sorta di “destra tecnocratica” perfettamente compatibile con l’atlantismo, il riarmo e la guerra permanente. Nel senso complessivo della sua argomentazione, una parte del mondo politico, accademico e mediatico che continua a presentarsi come democratico e civile finirebbe in realtà per accompagnare lo stesso impianto di potere, rendendolo più digeribile e culturalmente rispettabile.

Da qui la sua critica frontale al doppio standard occidentale.

Basile ha insistito a lungo sul fatto che oggi, a suo giudizio, si è prodotta una frattura morale evidente tra il valore attribuito alle vite occidentali e quello riconosciuto agli altri popoli. Il riferimento più duro è stato a Gaza, indicata come il punto in cui il linguaggio del potere e dell’informazione avrebbe mostrato tutta la propria ipocrisia. Secondo la relatrice, il problema non è solo la violenza del presente, ma il ritardo con cui il mainstream politico e mediatico ha preso atto della portata della tragedia palestinese. Nel suo intervento ha richiamato anche precedenti operazioni militari israeliane sulla Striscia, sostenendo che quanto accade oggi non nasce dal nulla ma si colloca dentro una lunga storia di punizioni collettive e rimozioni occidentali. Amnesty International ha effettivamente documentato e contestato la gravità dell’operazione “Piombo Fuso” del 2008-2009, anch’essa richiamata da Basile nel suo ragionamento.

Molto forte anche il passaggio economico-sociale

Basile ha ricondotto l’attuale crisi democratica all’avanzata del neoliberismo, descritto come il processo attraverso cui si impoverisce il settore pubblico per poi usare quel degrado come argomento a favore della privatizzazione. Ospedali che cadono a pezzi, servizi indeboliti, scuola e sanità sempre più in affanno: nel suo discorso questi non sono incidenti, ma gli effetti coerenti di un modello che ha spodestato la politica e svuotato lo Stato. La sua ricostruzione fa partire questo processo da lontano, dalla fine del sistema di Bretton Woods e dal venir meno della convertibilità del dollaro in oro nel 1971, snodo che molte fonti storiche indicano davvero come uno spartiacque dell’ordine economico del dopoguerra.

Il rapporto controverso con la Cina

In questo quadro si inserisce anche il confronto, volutamente provocatorio, con la Cina. Basile ha precisato di sentirsi parte dell’Occidente e di continuare a considerare centrali l’Illuminismo, la tradizione dei diritti individuali e la modernità europea. Tuttavia ha sostenuto che la Cina, pur con limiti profondi sul piano delle libertà individuali, avrebbe conservato qualcosa che l’Occidente ha perduto: la capacità di pianificare, di investire sul lungo periodo e di subordinare il mercato a una visione complessiva del bene comune. Il riferimento alla riduzione della povertà in Cina non è casuale: la Banca Mondiale ha più volte ricordato che negli ultimi decenni il Paese ha sottratto alla povertà estrema circa 800 milioni di persone.

Un altro blocco importante dell’intervento ha riguardato l’Iran e il tema del cambio di regime.

Qui Basile ha contestato in modo esplicito la narrazione dominante in Occidente, sostenendo che le crisi di molti Paesi non possono essere lette solo in chiave morale o umanitaria, perché dentro quelle dinamiche agiscono interessi geopolitici, apparati e operazioni di destabilizzazione. È stato uno dei passaggi più divisivi della sua relazione, ma anche uno dei più coerenti con il suo lavoro recente. Il suo libro “Approdo per noi naufraghi. Come costruire la pace”, pubblicato da PaperFIRST nel 2025, si colloca infatti dentro una riflessione più ampia sul fallimento dell’Europa, sul dissenso e sulla necessità di costruire un’alternativa alla guerra permanente.

Sul terreno europeo, la tesi di Basile è stata altrettanto netta

Sul terreno europeo, la tesi di Basile è stata altrettanto netta: la contrapposizione tra europeisti e sovranisti sarebbe in larga parte una falsa opposizione. L’Unione di oggi, nel suo ragionamento, non coinciderebbe con il sogno europeo, ma con una costruzione tecnocratica senza vera sovranità popolare, piegata agli interessi della finanza, dei creditori e dell’asse Washington-Nato. Nel suo discorso, Maastricht diventa così il punto simbolico di una svolta che ha allontanato l’Europa dai suoi popoli, trasformandola in una burocrazia non eletta sempre più distante dai bisogni concreti di lavoratori, famiglie e territori.

La parte finale dell’incontro ha allargato ulteriormente l’orizzonte

Basile ha indicato tre minacce globali: quella nucleare, quella climatica e quella legata all’intelligenza artificiale. Il senso del passaggio era chiaro: l’Occidente, mentre parla di sicurezza, starebbe in realtà normalizzando rischi enormi e perdendo insieme il controllo del futuro e la profondità del pensiero. Anche in questo caso il suo discorso si è mosso su un doppio registro: da una parte la denuncia del presente, dall’altra la domanda più radicale su che cosa salvare ancora dell’Occidente. Non tutto, ha lasciato intendere, è da gettare: restano la Costituzione, l’uguaglianza, la libertà, il multilateralismo, i valori umanistici, cioè quei riferimenti che potrebbero ancora fondare un progetto di trasformazione della società.

È forse questo il punto politico più rilevante emerso a Piombino

Basile non ha invitato il dissenso a rifugiarsi in slogan astratti o in obiettivi irrealistici buoni solo a farsi ridicolizzare. Ha invece insistito sulla necessità di costruire un percorso credibile di emancipazione dalle politiche neoconservatrici della Nato, dal riarmo e dal pensiero unico che le sorregge. Un messaggio che si può condividere oppure respingere, ma che sarebbe superficiale liquidare come semplice testimonianza militante. Perché nel pomeriggio del Perticale è emersa una realtà che la politica ufficiale continua a sottovalutare: anche in una città di porto come Piombino esiste una parte viva di società che non vuole lasciarsi arruolare nel linguaggio automatico della guerra.

Il video integrale: https://www.facebook.com/share/v/1Gguznh3f6/

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