RSU LUCCHINI: «DATECI UNA MANO A SALVARE QUESTO TERRITORIO»

Riportiamo integralmente un’appello dei coordinatori della RSU Lucchini Mirko Lami, Sergio Cardellini, Lorenzo Fusco indirizzata al  Prefetto di Livorno, al Presidente della Regione Toscana e al Ministro dello Sviluppo Economico per salvare il ciclo integrale in Val di Cornia, e per capire davvero quali siano le vere intenzioni delle banche proprietarie della Lucchini.

«È dal tempo degli Etruschi che si hanno tracce di lavorazioni del ferro nelle vicinanze di Piombino – inizia l’appello –  più precisamente nella zona di Baratti ­ Populonia dove arrivavano trasportate da navi le materie prime dall’Isola d’Elba dove si trovavano giacimenti di ferro.

Le tracce più consistenti si hanno intorno alla metà del 1800, quando due imprenditori di nome Bozza e Novello giudicarono molto favorevole per l’impianto dei loro stabilimenti l’ubicazione di Piombino: una città sul mare, con vicino i giacimenti di ferro dell’Isola d’Elba, e quelli di calcare di Monterombolo a circa 15 Km dalla città.

Nel 1860, Jacopo Bozza (uomo di dubbia fama , “ex impiegato del Borbone”, come veniva definito ad un giornale dell’epoca) introdusse a Piombino un convertitore Bessemer.

Nel 1897 viene costituita la società “Altiforni e Fonderie di Piombino”, primo grande complesso industriale italiano a “ciclo integrale” per la fabbricazione dell’acciaio.

Dal 1965 al 1988 le sorti dello stabilimento passano sotto le fortune di svariate società: dall’Acciaierie di Piombino SpA (con Fiat e Finsider quali maggiori azionisti), alla Deltasider SpA per poi scindersi in Nuova Deltasider ed infine Ilva SpA. Durante questi passaggi amministrativi il nucleo tecnico dell’industria subisce importanti rinnovamenti. Nel 1978 ad esempio i tre altoforni vengono sostituiti con un unico impianto e viene ultimata la nuova struttura per la produzione della vergella. Dieci anni dopo tocca agli impianti di colata continua che vengono ampliati; in aggiunta lo stabilimento si specializza anche nella realizzazione di acciai speciali. Nel febbraio del 1981 lo stabilimento arriva a contare 7823 dipendenti, punta massima nella sua storia. I dipendenti non chiamano lo stabilimento per nome, ma semplicemente la “fabbrica”, perché, pur non essendo l’unica, rimane sempre il simbolo della città. Quattro anni dopo arriva la prima cassa integrazione, e nel ’90 insieme a durissime lotte sindacali, vengono proclamati 13 giorni di sciopero. Sempre nel 1990, a causa di problemi tecnici, la temperatura del crogiolo si raffredda tempestivamente e l’altoforno non produrrà più per quattro mesi, perché dovrà essere ricostruita la parte del crogiolo ex nuovo. Nell’ultimo quinquennio degli anni “ottanta” il numero dei lavoratori scende fino a 4000, anche se apparentemente senza troppi traumi grazie agli ammortizzatori sociali mesi in atto dal Governo italiano, come ad esempio i prepensionamenti.

Nel 1991 Piombino è inserito in un progetto, presentato dall’ILVA, nel quale si tenta un riassetto totale della siderurgia pubblica. Il programma, che per gli stabilimenti di Bagnoli e Cornigliano ne prevede la chiusura, per quanto concerne Piombino, contempla la liberazione e la bonifica del territorio occupato dal vecchio stabilimento, nonché la ricostruzione semitotale dell’area produttiva mediante impianti innovativi e ambientalmente all’avanguardia. La difficoltà di reperire i finanziamenti necessari allo sviluppo del progetto, uniti ad una situazione economico-politica italiana poco brillante, portano all’annullamento del piano proposto.

Nel 1992 lo stabilimento viene scorporato dall’Ilva dopo una lunga lotta sindacale durata trentotto giorni, e conferito alla nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino” della quale fanno parte la sopracitata Ilva e la società privata bresciana “Gruppo Lucchini” presieduta dal Cav Luigi Lucchini. Tre anni dopo, l’industria passa completamente sotto la gestione privata del Gruppo Lucchini diventando: “Lucchini Siderurgica”, che nel 1998 viene definitivamente chiamata “Lucchini SpA”.

Poi nel 2004 è arrivata la Severstal che, dalle dichiarazioni contabili si evince che dal 2005 a fine 2008, hanno guadagnato bene, con quello che attualmente è lo stabilimento.

Adesso siamo in mano ad un gruppo di banche, perché la Severstal ha lasciato il gruppo francese prima e quello italiano dopo, con un buco finanziario di circa 800 milioni di €. Come tutti gli stabilimenti siderurgici, anche il nostro ha dei costi fissi, pure se non produce ed allora per risparmiare il più possibile, questa dirigenza, pensa di fermare l’altoforno (cuore della fabbrica e dell’economia del comprensorio) una quarantina di giorni. Già nel mese di agosto, comunicò a noi delle RSU, una fermata di quattro settimane, senza manutenzione programmata, che contestammo per il rischio elevato che il crogiolo (parte bassa dell’altoforno) raffreddasse troppo e che solidificasse la ghisa, quindi da non poter più ripartire se non dopo lavori costosissimi di rifacimento del crogiolo ex nuovo. La nostra preoccupazione ha avuto un riscontro tale che l’azienda, dopo tre settimane ha deciso di ripartire con la produzione, perché la temperatura era scesa ai minimi consentiti.

Ad oggi si parla ancora di fermare questo impianto per circa quaranta giorni, con i rischi più elevati di quelli sopracitati, per una situazione del crogiolo ancora peggiore di quella del mese di agosto.

Noi e i lavoratori abbiamo sempre difeso l’altoforno, e mai lo abbiamo messo in condizioni di pericolo, infatti anche quest’anno, di fronte ad un rischio alto, abbiamo chiesto ai lavoratori di non fermare neanche il Primo Maggio, mentre l’azienda spesso ha fermato questo impianto anche il sabato e la domenica, come se fosse una ferramenta, mettendo a rischio il refrattario di questo impianto, cosa poi avverata e per il quale sono stati fatti lavori di manutenzione.

Ora, dato che si sta verificando che questa dirigenza, non riesce ad avere ordini, non riesce ad avere crediti, come si può pensare di fermare questo impianto, rischiando poi di non farlo ripartire, per andare verso altri progetti a noi non favorevoli ma addirittura penalizzanti per il comprensorio? Chi da le garanzie?

Noi RSU Lucchini, facciamo appello a lei, affinché si verifichi quali sono le vere intenzioni di questa azienda. Per Piombino ed il suo comprensorio, compreso i Paesi limitrofi da Rosignano a Grosseto, questa fabbrica è una risorsa che da dignità e lavoro a 2100 dipendenti diretti e circa 800/900 che vi lavorano nelle imprese, ma da dignità e lavoro anche all’indotto che non è semplice quantificare, ma pensiamo ai ristoranti, alberghi, bar, officine,lavanderie, ecc…che lavorano con il movimento che viene dalle Acciaierie di Piombino. Noi vogliamo continuare a produrre e lavorare ACCIAIO e lo si potrebbe fare se la proposta avanzata al Ministero di provare a fare sinergia con gli stabilimenti di Taranto e Trieste, fosse percorribile pur sapendo che la siderurgia a ciclo integrale nel Paese rischia di essere cancellata. Fino ad oggi siamo riusciti a gestire questa difficile fase, sfociata in una grande manifestazione che ha visto 10000 persone, provenienti da tutto il comprensorio e dalle provincie vicine, con tante famiglie e bambini, prendere parte ad un corteo civile, come sempre è accduto a Piombino, ma senza risposte, senza un futuro, non è possibile continuare a gestire nella calma e negli slogan senza che la disperazione prenda il sopravvento. Dateci una mano a continuare e salvare un territorio ma anche un prodotto strategico della Toscana e dell’Italia.

 

I coordinatori della RSU Lucchini

Mirko Lami, Sergio Cardellini, Lorenzo Fusco.

Piombino 19/11/2012

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Scritto da il 21.11.2012. Registrato sotto Economia, Foto, Lettere, ultime_notizie. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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