SANDRA ALVINO A PIOMBINO: STORIE DI LOTTA PER ESSERE DONNA

Sandra e Fortunato

“Il volo:la mia vita, ieri uomo, oggi donna-storia di metamorfosi e di lotta” è il libro che l’autrice, Sandra Alvino, presenterà venerdì 21 gennaio alle 17 a Piombino, nel bar del museo archeologico, in Cittadella, per il ciclo dei Tè delle cinque organizzato da Ex Aequo-libera organizzazione di persone.

All’appuntamento, coordinato dalla giornalista Valeria Parrini, parteciperà don Alessandro Santoro, parroco della  comunità “Le Piagge” di  Firenze, il sacerdote che il 25 ottobre 2009  unì in matrimonio Sandra con Fortunato, suo compagno da una vita e già sposato civilmente. Oltre ad annullare l’atto, la diocesi di Firenze sospese don Santoro, recentemente riammessso alla guida di una comunità in cui è amatissimo e impegnato su molteplici fronti  sociali e solidali. Dopo tutto il clamore suscitato dalla celebrazione del matrimonio religioso  e dopo ventisette anni di matrimonio, sembra però che  Sandra e Fortunato abbiano deciso lo scorso anno di separarsi consensualmentein quanto tra i coniugi si sono creati disagi, dissapori, che sembra rendano insostenibile il loro proseguimento coniugale. Speriamo che i dissapori questa storica coppia si ricompongano dopo tanti anni insieme, e le fin troppe umiliazioni subite nella sua vita da Sandra.

La vita di Sandra Alvino  è stata infatti scandita  da molte sofferenza ed  umiliazioni. Nata prigioniera in un corpo maschile, a 14 anni fugge di casa. Per tutti gli anni Settanta la sua storia è segnata da violenze di ogni tipo. Come  gli stupri in carcere, dove viene rinchiusa in quanto “soggetto socialmente pericoloso”. Venduta dai secondini a chi pagava di più.
Agli inizi degli anni Ottanta, Sandra vola a Londra per operarsi e liberare la sua natura di donna.

Nel 1983, lo Stato italiano le consente il cambio anagrafico di sesso, permettendole così di sposare civilmente Fortunato, l’unica persona  che l’ha sostenuta fino ad allora.
Una decina d’anni dopo, Sandra e Fortunato conoscono don Santoro,  che li accoglie senza riserve.

Perché colpevoli d’amore.
Scrive, ad un certo punto, Sandra, che nei momenti più duri persino Dio sembrava girato dall’altra parte.E nella prefazione, intensa e commovente come il libro, Don Luigi Ciotti risponde così: “Invece Lui è sempre stato lì, amorevole  e protettivo verso tutti e ciascuno, “normali” e “diversi”. A ripeterci, instancabile, che siamo tutti suoi figli.Siamo noi, talvolta, ad essere duri di orecchi”

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Riportiamo la prefazione di don Luigi Ciotti al libro “Il volo” edizioni Diple (2007).

Diple Edizioni 2007
Il Volo. La mia vita: ieri uomo, oggi donna storia di metamorfosi e di lotta
Prefazione a cura di don Luigi Ciotti

«Ero un uomo, ed oggi sono una donna». In questa breve affermazione è condensata la storia di Sandra Alvino, e tutta la sua fatica. Cominciata con i «sussurri» per la sua diversità, che ne hanno accompagnato l’infanzia. Un sussurro che è progressivamente cresciuto nel corso degli anni «fino a diventare ostilità, emarginazione». Sfociando in umiliazioni e violenze. «Sono stata spedita al confino più volte − scrive Sandra −, sono stata nelle carceri speciali, venduta dai secondini a chi pagava di più, sono stata legata per giorni interi al letto di contenzione».

La mia Shoah la definisce. E qui non è importante discutere sulla plausibilità del paragone, quanto di provare a capire l’esperienza dolorosa che ci viene raccontata in queste pagine, tentare di condividerne il peso, per quanto possibile. Per tentare di capire, bisogna provare a immedesimarsi nello smarrimento di un bambino, e poi di un adolescente, davanti a uno specchio che rimanda un’immagine che non si sente propria, di fronte alla difficoltà di dire “io” sapendo di cosa di parla, alla ricerca di un’identità che si senta posseduta e vera, al di là del dato anagrafico.
Sandra dice si essersi ritrovata solo a 32 anni, dopo l’operazione chirurgica per il cambio di sesso, effettuata a Londra. Lì i due pezzi di sé, i frammenti dell’identità divisa, l’immagine con lo specchio si sono finalmente riconciliati. Lì, dopo tanta disperazione, è nata infine la speranza.

Sandra racconta con crudezza, ma a tratti con venature poetiche, quello che è venuto prima di quel momento liberatoria, di riconciliazione con se stessa, e con la sua famiglia. Racconta il suo «tratto di strada», anticipandone la fine ma percorrendolo dall’inizio, senza remore e senza cautele. Dalla Torino dei primi anni Cinquanta, dal padre militare di professione, dai quattro fratelli tutti maschi, tra cui Ivano, il suo gemello. Dal gioco con le bambole, presto avversato e  proibito dal severo genitore, alla confidenza con la madre, dalle prime incerte sensazioni di essere “diversa” alla scuola media dei Salesiani e ai conflitti con gli insegnanti. Sino a conseguirne uno zero in condotta.
Zero: una condanna che suona senza appello. Per l’alunno ma anche per l’educatore. Un presagio di irrilevanza, una promessa di esclusione.

A quindici anni, per la prima volta, vedendo per strada degli uomini travestiti da donne, arriva la coscienza − anzi Sandra scrive la «rivelazione» − che quello era il modello verso cui la sua confusa adolescenza la stava conducendo: «Volevo essere come loro. E forse così avrei dato voce, vita, a quella marea di emozioni, di pensieri, persino di sogni, che si muoveva dentro di me». Intanto, il padre, sempre più allarmato, reagiva con autoritarismo e cercava inutilmente di prepararle mestieri “da uomo”: prima con il tentativo di inserirla nella scuola militare, poi in un’officina di fabbro ferraio. Ma lei inesorabilmente sentiva che la sua vita, e la sua identità sessuale, era un’altra e la portava a ricercare ambienti e compagnie che la facessero sentire a suo agio. Trovandole in alcuni bar frequentati da prostitute, omosessuali, dai primi travestiti: «un mondo che finalmente mi somigliava, e che mi faceva sentire, per una volta appropriato». Situazioni difficili e rischiose, specie per un ragazzo. Ma non era voglia di trasgressione, cedimento al vizio, era l’essere fedeli a qualcosa che si sentiva dentro e che reclamava spazio, accettazione. Invece, cominciano così le prime visite in questura, finendo in mezzo alle retate, le prime umiliazioni a sentirsi appellata spregiativamente e derisa. L’eterno rito dei pregiudizi, delle offese, delle etichette. Eppure, «se solo mi avessero letto nel pensiero, nell’animo, vi avrebbero trovato, invisibile allora persino a me stessa, una fede nella famiglia e una voglia di normalità persino superiore alla loro».

I genitori, nella società chiusa di quasi mezzo secolo fa, incapaci di affrontare da soli il problema, di elaborare modalità diverse di rapporto, delegano all’istituzione repressiva. Una mattina del giugno 1961, la madre convince Sandra a scendere da casa con un inganno, lì una macchina della polizia la fa salire. E comincia la conoscenza con il carcere correzionale, il Ferrante Aporti di Torino, la prima tappa di una via crucis. Rasata a zero, vestita con una ruvida divisa, la visita psichiatrica, l’elettroshock. «Per farti tornare in te, Sandro», le disse il padre. Ma il suo sé era decisamente e definitivamente un altro. Lei era ormai Sandra, e non ci poteva essere carcere e tortura capace di modificare quel dato di realtà. Sandra, con i suoi primi ragazzi, Sandra che decide di seguirne uno e andare a vivere a Genova, in una nuova città per cominciare una nuova vita, quella di sedicenne ribelle e sbandata. Ma comunque un’esistenza che sentiva essere la sua, nonostante comportasse un continuo pendolarismo dal carcere genovese.

Poi, il ritorno a Torino, la prostituzione: «il prezzo che pagavo alla mia libertà di essere donna». E ancora il carcere, ormai quello degli adulti, in una triste girandola: dal 1966 al 1970 è transitata in ben 24 diverse prigioni. Fuori, la solitudine, il vagabondaggio, il travestimento, il corpo venduto per pochi spiccioli, le celle di isolamento, i nomi “d’arte”, Jovanka, Jolanda. Dentro, le prepotenze e le botte dei guardiani, la costrizione a rapporti sessuali, i continui trasferimenti, l’autolesionismo, l’inferno di luoghi governati solo dalle violenze, dalla corruzione e dalle mafie: la prima riforma penitenziaria arriverà solo nel 1975. «Dovunque andassi, la mia presenza innescava meccanismi e turbolenze varie. Diventavo subito una preda, e i più prepotenti, che fossero carcerieri o carcerati, si sentivano in dovere di esercitare il loro potere arrivando per primi a conquistare il loro trofeo».
Un gradino dopo l’altro di una scala che si usa considerare quella dell’abiezione, una vita a perdere, una persona ridotta a povera cosa.

Ma anche in fondo al pozzo della degradazione, riusciva ad arrivare qualche remoto sprazzo di umanità, come l’episodio che Sandra racconta, dove, per la prima volta, nel carcere di Ancona direttore e maresciallo impongono rispetto nei suoi confronti e le consentono di lavorare nella sartoria interna. «C’era di che riprendere, con la dovuta moderazione, fiducia nel mondo», commenta Sandra. Una parentesi breve, dentro una strada impervia e scivolosa, forse un po’ capitata ma soprattutto scelta, «per non tradire me stessa».
Dietro di lei c’era il vuoto, i legami famigliari ormai perduti, frequentazioni sempre meno raccomandabili, ma sentite come una nuova famiglia, dalla quale finalmente sentirsi riconosciuta e accettata. «Potevo solo andare avanti. E la sera ero già sul sentiero a combattere la mia guerra. Mi smarrivo in veri e propri abissi di solitudine, di dolore, ma subito dopo sapevo ritrovare la mia esuberanza, con tutti i miei eccessi».
Nel suo racconto, in effetti, traspaiono di continuo il gusto dell’eccesso e la costrizione alla marginalità, la ricerca di amore, la paura del rifiuto. Nella sua strada sembra invece mancata del tutto l’opportunità o la fortuna di incontri che la potessero aiutare non a rinnegare quell’identità che prepotentemente sentiva dentro, ma a conviverci senza troppa sofferenza e senza degradazione.

Ma lei non voleva coabitare con un corpo che non sentiva suo, voleva riuscire e ricomporre il fuori con il dentro, i due pezzi in cui era frantumato il suo “io”. Ci riuscì solo a 32 anni, a Londra nel marzo 1977, attraverso un’operazione chirurgica. Finalmente a Firenze era riuscita ad avere una casa e a viverci con un uomo che amava, Fortunato. Intanto matura una maggiore coscienza, cominciano le lotte con il Partito Radicale perché anche l’anagrafe riconoscesse il cambio di sesso. Un diritto civile che arrivò con la legge 164 del 1982, “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”.
Infine, il 18 gennaio 1983, Sandro Alvino diventa Sandra anche per lo Stato.

Il recupero del rapporto con la madre, poco prima della sua morte, conclude il ciclo, e anche la storia. Una storia di dolore e di battaglie, di leggerezze, di errori e di una maturità faticosamente conquistata. «Racconta quello che ti hanno fatto, Sandrina mia», le dirà la madre in quell’ultimo colloquio. E lei lo farà con rinnovata forza e orgoglio. Si inventerà anche l’Associazione italiana transessuali per dare maggiore efficacia e coralità alla sua lotta.

Scrive a un certo punto Sandra che nei momenti più duri persino Dio gli sembrava voltato dall’altra parte. Invece, Lui è sempre stato lì, amorevole e protettivo verso tutti e ciascuno, “normali” e “diversi”. A ripeterci, instancabile, che siamo tutti suoi figli. Siamo noi, talvolta, a essere un po’ duri di orecchi.

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Scritto da il 20.1.2011. Registrato sotto sociale, ultime_notizie. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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