IO C’ERO. STORIE E MEMORIE DI UNA VITA VISSUTA di L. Giomi

È un libro che si legge bene, assaporando la signorilità contadina dell’autore e l’amore per la propria città. In un altro volume, pubblicato circa dieci anni fa (Da contadino a sindaco: un’esperienza politica in Maremma, Pisa, Pacini, 1999) Lido Giomi aveva tracciato la sua autobiografia, che lo ha visto consigliere comunale, sindaco comunista di San Vincenzo dal 1965 al 1975 e poi assessore e consigliere provinciale. Questa volta egli ci propone una testimonianza politica e umana del passato legata all’attualità, per cui il libro diventa una utile occasione per riflettere sulla politica e sul territorio in una fase in cui questo rapporto è andato in crisi, condizionato da logiche che poco hanno a che fare con gli interessi pubblici e collettivi e in un momento storico in cui prevalgono i sentimenti della sfiducia, dell’indifferenza e dell’impotenza, specialmente tra le giovani generazioni.

Sullo sfondo scorrono i grandi temi del ‘900, un secolo disgraziato dal punto di vista storico: la guerra, la ricostruzione, l’esodo rurale, l’addio al mondo contadino, l’inquinamento, l’urbanizzazione e l’attacco al territorio rurale. In primo piano si leggono invece i temi locali e le vicende di San Vincenzo, un luogo della costa toscana divenuta negli ultimi decenni una specie di periferia urbana in riva al mare. In mezzo, tra l’accenno ai fenomeni generali e i fatti locali, Giomi propone una pacata ma incisiva riflessione sulla politica, partendo dal problema di quanto ci costa: Oggi – scrive – “la politica è contaminata dai soldi” e dall’idea di “uno sviluppo cialtrone”. Ma non c’è antipolitica nelle sue parole; c’è anzi il richiamo forte alla necessità di una riforma della politica, di ridare senso alla politica perché non ce l’ha più, superando i privilegi e l’autoreferenzialità di chi la fa, recuperando l’idea del bene comune e ritrovando il senso dello Stato.

Anche i partiti per Lido Giomi oggi “sono fatti ad personam e non hanno più il senso dello Stato”; sembra una sconfitta rispetto al pensiero dei grandi uomini del suo stesso partito che hanno fatto la storia politica del ‘900, da Antonio Gramsci a Enrico Berlinguer, che quasi trent’anni rilevava inascoltato che i partiti stavano smettendo di fare politica, che stavano degenerando, aggravando la crisi italiana: “Se si continua in questo modo – scriveva nel 1981 – la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.” Nel libro di Giomi sembra di essere immersi nella palude di cui parlava Berlinguer, mentre riecheggiano i lamenti della democrazia in crisi.

Lo si può misurare sui temi locali, già osservando la copertina: un libro su San Vincenzo che si apre con l’immagine di un corbezzolo in fiore e non con una selva di case; un contrasto che l’autore spiega bene a p. 37: “La ricchezza di una zona non dipende da quante abitazioni ci sono, per di più chiuse per alcuni periodi dell’anno, ma dalla prestigiosa ricchezza morfologica della macchia mediterranea.” È una impietosa critica, che in alcuni tratti diventa anche severa autocritica, di un modello di sviluppo che è andato avanti malgrado gli impegni e i proclami elettorali e che ha portato ad un enorme consumo di suolo, al privilegio della rendita fondiaria e all’alterazione profonda del paesaggio: “il colore delle piante – scrive Giomi con una bella immagine – non è uguale a quello delle case”; il primo è multicolore e sensibile alle stagioni, il secondo è fisso come un grigiore dell’anima. Il risultato è quello di una cittadina dove è cresciuto il cemento, oltretutto inutilmente dal punto di vista sociale, perché i costi delle case sono aumentati e la popolazione è diminuita.

C’è anche dell’ironia, un’ironia amara, nelle pagine del libro che snocciola altri argomenti, tra il ricordo della vita contadina e l’attualità di San Vincenzo e della Val di Cornia: il parco di Rimigliano, il porto, le scuole, l’ospedale, la teleferica e il silos della Solvay la cui demolizione rappresenterebbe una ulteriore ferita alla tradizione del lavoro locale, il segno di uno sviluppo smemorato e a vantaggio di pochi. Quella di Giomi è in fondo un’analisi impressionistica, ma lucida, che viene ripresa nell’introduzione di Aldo Bassoni e che ci auguriamo possa alimentare la riflessione e il dibattito, anche se questa pratica appare ormai in disuso, come sottolinea Gianfranco Benedettini nella prefazione al volume. Il vecchio sindaco ci ha voluto lasciare un affresco coi colori ancora freschi, quasi un invito all’impegno, malgrado tutto. Ed è bella la metafora finale dell’ape che torna all’alveare carica di polline, stanca, ma probabilmente felice di avere compiuto il suo lavoro.
(Rossano Pazzagli)

L. Giomi, Io c’ero. Storie e memorie di una vita vissuta, San Vincenzo, Tip. Cacelli, 2008, pp. 112, € 5,00.

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Scritto da il 11.1.2010. Registrato sotto Recensioni. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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